#Scandicci #SfiduciamoilPD #Farmanet tratto da una storia…vera

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PROLOGO

C’era una volta… <<UN PEZZO DI LEGNO!>>, direte voi in coro, piccoli lettori. Eh no, nessun pezzo di legno, bensì un regno!!.

Eh sì, c’era una volta un paese che, il suo sindaco, credeva fosse un regno. E poi c’era lui, il sindaco, che si credeva d’essere un granduca.

Ma ora bambini facciamo un passo indietro… e datevi la mano, ce ne sarà bisogno, perché vi porterò nel naiffoso mondo di Pasticci; nel pittoresco continente di Parvenze.

FAVOLA (VERA)

All’epoca, quasi mille giorni fa, il sindaco, che ancora non era sindaco e tanto meno granduca, era solo un candidato in cerca di onori. Li cercava affiggendo, nelle vetrine e sopra i muri di tutto il paese, manifesti con un faccione enorme. Ma lo faceva anche andando in giro, per le strade e per le piazze, sul dorso di uno spensierato pullmino ronzante, dipinto di arancione; …arancione, come le vesti nelle quali si avvolgeva, compreso il collo, anche d’estate e col caldo che faceva!

Su quelle terre dominava un partito molto sicuro di sé che, da sempre, grazie alla sua consolidata maggioranza assoluta e alle percentuali bulgare, era incontrastato padrone della fortuna e della cattiva sorte. Del bello, come del cattivo tempo.

Don Cosciotti, questo è il nome del nostro candidato arancione, non apparteneva agli illuminati di quel partito ma gli era consentito di ruotargli intorno, formando una circonferenza che delimitava il cerchio magico della congrega del potere di quel tempo.

Così, quando fu il momento, al grido di “NOI, ORA, PASTICCI”, il candidato arancione saltò in groppa al suo malconcio ronzante eviaa!!!, lancia in resta e sciarpa al collo, a capo fitto nelle elezioni primarie a pagamento, che avrebbero scelto, per la combriccola non esattamente di destra, il pretendente alla poltrona di primo cittadino.

Quelli del partito del dominio, che per semplicità si facevano chiamare pd, lo lasciarono scorrazzare certi che la loro supremazia non potesse essere scalzata. Invece, il giorno della disputa, dopo una lotta aspra, al limite delle coltellate, l’ineffabile cavaliere, per la mostruosa cifra di 46 punti, la spuntò sugli altri contendenti.

Si aggiudicò così l’onere e l’onore di combattere ancora, fino a stravincere le elezioni e saliere lui sul trono, confermando anche il potere nelle mani dell’ammucchiata di centro-sinistra, neologismo che nel “fare comune” vuol dire tutto e niente; vuol dire essere né carne né pesce.

Dopo la vittoria, per ben dieci minuti, in tutto il paese si susseguirono festeggiamenti di ogni sorta. Si conclusero con il bagno traumaturgico del vincitore nelle acque della cascata che va all’insù. Fu quello il primo passo falso del sindaco che si credeva un granduca; che cercava la gloria e trovava gli inciampi.

Infatti, non tenendo conto che era solo il mese della Madonna e non ancora quello delle messi, il passaggio dal caldo della sciarpina all’umido della fontana lo scontò con una brutta bronchite di coalizione.

Il resto devono averlo fatto i dosaggi sbagliati tra cortisone e bronchenolo, i decotti con le erbe non proprio giuste e i suffumigi, fatti con le ultime gocce d’olio rimaste nella coppa del motore del pullmino.

Brutta bestia i malanni presi a maggio!, tant’è che il nostro sindaco tossisce sempre tanto e a volte, dovreste vederlo bambini, gli si prendono degli attacchi che pare gli scoppino le vene del collo! Come ai tacchini!!

L’investitura di sindaco lo porta dritto verso la prima curva; la supponenza del granduca gli fa credere che possa non togliere il piede dall’acceleratore e si schianta nelle nomine. I “compagni” di coalizione, che fino ad allora lo avevano accompagnano sugli scudi, digrignano i denti.

E non solo loro. Ad aspettarlo, dietro la curva, c’erano anche una schiera di rancorosi gufi al soldo di un ortottero di riviera che, incazzati come stufe e armati di carta e di un calamaio gigante, avrebbero iniziato da lì un’interminabile sequela di comunicati stampa.

Ma di quali nomine stiamo parlando? Sono quelle che riguardano un’azienda che controlla la vendita di medicine, cappuccetti a tenuta stagna e palline “Zigulì”.

L’attività in questione è una partecipata e ora vi spiego cosa vuol dire. Si tratta di un’azienda creata per fare qualcosa che il Comune, da solo, non riesce a gestire e allora chiede a dei soggetti privati di aiutarlo, partecipando in quell’attività. Siete confusi bambini? Tranquilli, loro lo sono di più!!

Le nomine dei dirigenti della “partecipata” spetta al Comune, anzi, per la precisione proprio al sindaco, il quale, non trovò di meglio che farle nel chiuso della “stanza dei bottoni”.

Uno dei nominati è il vecchio dirigente di un’altra “partecipata” controllata dal Comune, la “Scandicci Cultura”.

Un’altra è una compagnuccia di parrocchia dello stesso nominante e, con lui, in lista per un posto da consigliere ma anche la prima fra i non eletti della famigerata lista “Fare Comune”.  Un capolavoro da Manuale delle Giovani Marmotte, direte voi. Sbagliato: si tratta del tocco del  fondo del Manuale Cencelli.

Gli ortotterini incazzosi non tacciono manco a pagarli… anche perché loro, di soldi, non ne prendono e quindi pagarli è impossibile.

L’immarcescibile sindaco-che-tira-l’umido non tace nemmeno lui. E risponde.

Lo fa addirittura diffondendo in rete un video nel quale dice, chiaramente (e seriamente, sig!) che nonostante la gran quantità di curriculum piovuti da ogni parte del regno, e anche da regni confinanti e anche di eccelsa qualità e straboccanti di competenze, egli, trasportato da un moto contrario (il pullmino s’è rotto, sig!) e su-spinto da un rigurgito di indipendenza, li ha deliberatamente ignorati, preferendo nominare per quelle cariche “chi negli anni gli aveva dimostrato fiducia”.  Sì, proprio così, bambini, avete capito bene (e ora chiudete la bocca che vi è rimasta a “O”): le nomine fiduciarie.

EPILOGO

Finisce qui questo racconto ma non finisce la storia del sindaco che si credeva granduca. Ci saranno altri racconti, altri capitoli. Finisce qui, con la differenza che c’è fra un sindaco e un granduca.

Il sindaco, nelle svolgimento delle proprie funzioni, non rappresenta se stesso ma il Popolo intero e dunque, ogni suo compito e ogni sua scelta, deve farla in nome, per conto e nell’interesse dei cittadini. E questo vale anche quando si parla di scelte per le quali gode di piena autonomia: quell’autonomia non è la sua personale ma si tratta dell’autonomia che ha la collettività, autonomia esercitata attraverso la figura che il sindaco riveste. Lo stesso dicesi per la fiducia: quando si tratta di nominare una persona di “fiducia” che deve occuparsi di amministrare interessi collettivi, si intende che la fiducia in quella persona deve avercela il Popolo, mica una singola persona. E la fiducia che ha il Popolo verso chi aspira a rivestire un ruolo si misura con le referenze, i titoli e le esperienze che ha maturato. Questo se le scelte le fa un sindaco.

Se invece a scegliere è un granduca si basa sul coefficiente di servilismo pregresso.

Questa modalità di scelta, purtroppo, si ripeterà nel tempo, ma lo racconteremo più avanti. Non mancheranno le occasioni, in fondo si tratta di un vizio, quello di “fidarsi”; quello di riporre così tanta fiducia che porta a firmare l’impossibile, anche un contratto che impegni a pagare se chi gestisce qualcosa a scopo di lucro non guadagna abbastanza. Questa pratica va sotto il nome di Project financing che, tradotto dall’anglosassone al comprensibile-per-tutti, vuol dire fondamentalmente “tu dammi la possibilità di fare utili, magari svendendo pezzi del regno a prezzi da bancherella dell’usato, poi vediamo, se ho guadagnato abbastanza ti dico grazie, altrimenti paghi tu”. Questo concetto smantella di fatto il rischio d’impresa scaricandolo per intero sulle spalle dei cittadini. E così è andata.

Ordunque bambini, dov’eravate la notte di Capodanno? Forse al concerto dei Modena City Ramblers? Ebbene sappiate che …

 

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