MONDIALE DI CICLISMO O VETRINA MONDIALE?

di Roberto Giorgetti
Caro Matteo, ci siamo: pronti, attenti, via.
I mondiali di ciclismo sono alle porte e Firenze è stata tirata a lucido.
Ricolmate buche, stesi tappeti d’asfalto e demolito discoteche.
Grazie a Lei, ovviamente, che è salito sull’escavatore con pettorina ad alta visibilità, caschetto giallo e giù bennate, come se piovesse, su due dei tanti simboli del degrado della città che Lei amministra. In tempi migliori erano stati luoghi di divertimento, scintillanti di luci, animati da suoni, colorati da vestiti alla moda, circondati da auto nella loro versione ”ultimo grido”.
Poi un incendio e, probabilmente, una cattiva gestione, hanno decretato la retrocessione di quei luoghi al ruolo di attori principali nella deturpazione dell’unico vero parco verde nella massa urbana asfissiante e nella matassa perenne del traffico, illogicamente organizzato in passaggi obbligati, che è diventata la Capitale della Cultura.
E’ bello, Matteo, che Lei abbia deciso di togliere quelle macerie e gliene riconosco il merito.
Ma bello ancora di più sarebbe stato se lo avesse fatto per i suoi cittadini e non per la vetrina mondiale che, i mondiali di ciclismo, le daranno da qui a pochi giorni. Se quello italiano è un popolo che dimentica alla svelta, i fiorentini ”dirazzano” e ricordano bene che l’incendio della prima discoteca risale al 2008 (non a l’altra settimana) e che lo stato d’abbandono del divertimentificio dirimpettaio risale al 2011 (non a ieri).
Sarebbe stato bello se gli organizzatori della competizione avessero previsto uno sprint finale dentro, l’ormai ex, Ippodromo Delle Mulina, forse ultima e perduta occasione per salvare un patrimonio dei fiorentini dall’indicibile ”sfascio” in cui è ridotto e di cui, pare, a nessuno importi qualcosa.
Sarebbe stato bello vedere correre i ciclisti verso i maggiori ospedali fiorentini, sugli stessi itinerari che ogni giorno decine di ambulanze percorrono con il loro delicato e dolorante carico di ammalati, di ossa rotte e partorienti al filo di lana. E che continueranno a percorrere, nella loro perenne gara contro il destino, con il perenne dilemma che attanaglia i loro autisti: è meno peggio, per il paziente, inabissarsi e riuscire da una buca o imprimergli una repentina accelerazione laterale per scansarla?
Così, caro Matteo, mentre Lei godrà di quella visibilità (con o senza la pettorina rifrangente) che l’evento Le porta, ai fiorentini non rimane che fare appello al loro ottimismo e confidare in una Parigi-Roubaix che passi da Careggi o in una volata della Milano-Sanremo proprio davanti a Torregalli.
Così, caro Matteo, mentre una parte di Firenze risplenderà in mondovisione, l’altra parte resta opaca come prima, più di prima.
Le voglio raccontare, gentile Matteo, quello che mi è successo qualche giorno fa alla stazione di Santa Maria Novella.
Intorno alle dieci di una serata in pieno agosto, ho incontrato una coppia di turisti asiatici senza sigarette. Giravano e cercavano un tabaccaio. Quando hanno chiesto il mio aiuto mi sono prestato in quella che pensavo essere una missione semplicissima. Me li sono portati dietro dentro la stazione. E poi dietro fuori dalla stazione. E poi dietro intorno alla stazione. E poi, ancora dietro, in giri più ampi fino alla Rotonda Barbetti. Nulla. «Dis ivining dont smoc, bebis», «bambini, stasera un si fuma» ho detto nel mio inglese stentato e, imbarazzato, ho salutato e mi sono defilato lasciandoli lì. Lì, nel nulla d’accogliente eppure a due passi dal centro di una delle città più famose al mondo.
Lì, da perdenti eppure la partita era cercare un pacchetto di sigarette in una delle città più attraenti del mondo, non una pantera albina al Polo Nord o un pensiero sensato nella testa del Gasparri.
Abbiamo trovato invece, in quel tour forzato per le vie di quella che dovrebbe essere la Capitale del Bello, cestini rovesciati, cassonetti strabordanti e strabordati, escrementi di uomo e di cane a terra o “sgorati” giù per le cantonate delle case.
Abbiamo inalato cattivi odori, scansato rottami di biciclette rovesciate sui marciapiedi, incontrato disperazione umana stesa su cartoni circondati da sacchetti di plastica e facce strane e facce scure. Abbiamo cambiato marciapiede davanti a bottiglie vuote e persone piene, entrambe dello stesso liquido.
Se fossi stato, come credo Lei lo sia, credente-praticante avrei pensato a Firenze come a una città dimenticata da Dio. Da praticamente-non-credente, quale sono, ho pensato a una città abbandonata dal suo sindaco.
Quegli amici asiatici probabilmente non torneranno. Probabilmente scoraggeranno altri dal venire a visitarci per la gioia del nobile assessore Bonaccorsi Vien Dall’Ataf, infastidito dal disturbo che i turisti e i loro pullman arrecano a quella città morente che di turismo potrebbe e dovrebbe vivere.
La saluto scusandomi per averLa appellata con il suo nome di battesimo, mi sono sentito autorizzato a farlo perché una volta siamo stati quasi coetanei, ma anche per la mia età, molto maggiore della Sua, età che, nel mio caso, si lascia influenzare dallo scorrere del tempo mentre nel suo, come succede ai personaggi dei cartoni animati, rimane eternamente invariata, un esempio? Il mio chiodo è appeso a un chiodo ormai arrugginito, invece Lei con il suo ci fa ancora, splendidamente, l’amico di Maria.
Saluti, Roberto