Mesopotamia d’Occidente


C’è la Terra dei Fuochi. Sta fra Napoli e Caserta e si chiama così per i roghi di rifiuti che ardono incessantemente. Lì si muore di tumori e si fanno grandi affari.
C’è la città sull’acqua. Galleggia sulla Laguna a lei intitolata e richiama orde di turisti. Io ci sono stato tre volte e ogni volta mi è piaciuta meno della precedente. E’ evidente che il mio giudizio, se computato in una “Media Mediata”, verrebbe scartato.
C’è la Città Eterna, terra di rovine e, forse in onere di queste, ritrovo di gente capace di rovinare tutto quel tocca. Ovviamente non mi riferisco ai romani che, per esempio, quando toccano una coda la fanno diventare un “prodigio alla vaccinara” e …. anche di più!!, se “succhiata” schizzandosi senza ritegno nelle trattorie di Trastevere. E poi romano è Franchino, uno dei miei migliori amici e che, in quelle trattorie, mi ci porta.
Ci sono le Colline del Chianti. Belle da vedere e da infiascare, che fanno bene agli occhi, alla sete e anche al morale: non esiste insalata di Lorazepan che vi competa.
C’è l’Appennino. Terra di sentieri e di storie, di fungaie e di gente ruvida ma sincera. Per andarci ci sono due modi: con l’automobile, salendo da Pistoia, o con le avventure del Maresciallo Benedetto Santovito, passando in biblioteca.

E poi c’è la Mesopotamia d’Occidente. Sta fra la Greve e il Vingone, terra fertile e in piano, facile da coltivare ma, ahimé, anche da edificare.
E’ la Piana del Cemento, terra della colata, del cassero e del “getto controterra”, dove si gode e si fa festa al suono roteante della betoniera.
E siccome, da quando il Mondo è Mondo, se piove piove sul bagnato, il governo di questo territorio è finito in mano ad amministratori che da piccoli, per prender sonno, al posto dell’orsetto di peluche abbracciavano un cubetto di cemento.
Le conseguenze sono ora sotto gli occhi di tutti: come pazzi invitati alle sassate, senza necessità, senza logica e senza razionalità hanno consentito la cementificazione dell’impossibile in virtù di non si sa quale interesse collettivo. Ma soprattutto hanno consentito che venisse consumato suolo vitale per l’edificazione dell’inutile.
E così, mentre ancora tutti ci chiediamo perchè il palazzo residenziale del Centro Rogers non sia stato costruito sull’altro lato di Piazza della Resistenza (lato Municipio), evitando di condannare alla perpetua luce al neon chi da una vita abita in Via Francoforte Sull’Oder, allo scadere dei suoi giorni quegl’amministratori, consci che la loro festa sta per finire, l’hanno voluta chiudere col botto, come si conviene a ogni festa che si rispetti.
E che botto! A chiudere il cerchio di Piazza della Resistenza spunterà un nuovo palazzo, altri sette piani di cui nessuno sente la mancanza. Sette piani a far degna compagnia ai nuovi fabbricati del Centro di cui sopra, ancora per lo più inutilizzati e inutilizzabili per mancanza di domanda.

Eppure basta spostarsi di poco, basta andare nel vicino Comune di San Martino alla Palma per trovare tutt’un’altr’aria.
Armando è proprietario di una piccola oliveta su questa collina e, per tenerla in ordine, riceve addirittura un contributo per la frangitura delle olive di 150 Euro all’anno. Ma per tenere in ordine quel poderino non basta raccogliere e frangere le olive. C’è da arare al piede delle piante, un’area grande almeno come la chioma, a voler fare un bel lavoro. Va tagliata l’erba e tenuti alla doma i rovi. I muretti a retta e le scoline, se non ci badi, la gramigna se li mangia come fossero di pane. C’è da potare e da difendersi dai parassiti. Tutto questo un tempo si poteva fare a mano. Oggi no, e non per colpa d’Armando, ma perché i tempi cambiano (e son cambiati anche troppo). Oggi servono gli attrezzi giusti per lavorare la terra, e non li puoi mica tenere alle intemperie e alla mercé dei ladri.
Per questo Armando, in attesa del permesso per costruire l’annesso in legno per il ricovero del suo trattore e dei suoi attrezzi, aveva montato provvisoriamente un box in lamiera e, come si fa fra persone per bene, aveva prima informato gli organi comunali preposti ai controlli, dai quali, verbalmente, aveva ricevuto il consenso. Consenso verbale sì, ma seguito da lettera scritta con la notifica del sequestro del terreno e un par di mila euro di multa da pagare.
A San Martino alla Palma non si scherza, guai a montare per necessità una baracchetta temporanea: nulla a che vedere con Scandicci, dove puoi fare sette o otto piani di cement’armato fuori terra, per lo più inutili e con il benestare festante dell’Amministrazione tutta.

Come dite? San Martino alla Palma non “fa” Comune? Di certo non può essere frazione di Scandicci.
Quello che so io è che il poderino d’Armando, da un “giardino” che era, causa sgomento, sta prendendo la via dell’abbandono seguendo il destino ormai intrapreso dagli altri campi che lo circondano. E tutti avremo perso qualcosa.