La Politica raccontata ai bambini

Ma ve l’ho mai raccontato di quel tizio che mangiava sempre in piedi e col piatto in mano, passeggiando per la casa?
Il fatto è che un tavolo lui non ce l’aveva e, allora, non poteva far altro che mangiare in piedi. La cosa che più lo disturbava, però, era la preclusione a mangiarsi cose gustose, da tagliare lì per lì, perché non è mica facile con il piatto sul palmo di una mano, con l’altra, contemporaneamente, lavorare di forchetta e di coltello.
E poi il bicchiere? Ci pensate non poter mai mandar giù per la via un buon boccone in compagnia di un buon gotto, solo perché manca dove appoggiare il fiasco e il bicchiere?
E così, ogni giorno che idDio metteva in Terra, finiva per mangiarsi una minestra. Per questo tutti avevano preso a chiamarlo Masticabrodo.
Ma un giorno, stufo della solita minestra, Masticabrodo decise di andare da Bulletta, il giovane falegname del paese che, dal suo babbo, oltre alla bottega e agli arnesi, aveva avuto in lascito anche l’abitudine di tenere sempre un chiodo in bocca dalla parte della testa.
Masticabrodo ordinò a Bulletta un tavolo: “Lo voglio quadrato, robusto di legno stagionato e, già che ci sei, fammi anche due sedie”.
Passati pochi giorni Bulletta bussò alla porta di Masticabrodo: “Ecco l’appendiabiti, l’ho fatto apposta per te”. Aveva costruito per il suo cliente un appendiabiti a fusto ricavato da un tronco di castagno. Un pezzo unico e robusto, senza giunture, senza incollature e tutto lavorato con intarsi fatti a mano. Le finiture e la verniciatura erano impeccabili e valeva tutti i quarantacinque Etruri che gli chiese come compenso per il lavoro fatto.
Masticabrodo pagò senza fiatare: non aveva mai avuto un arredo così bello nella sua casa. E non vedeva l’ora di usarlo.
Quella sera la fame arrivò prima del solito e si preparò una bella cena. Appena pronta mise tutto nel piatto e corse ad attaccarlo all’appendiabiti. Ma appena appeso, il piatto si rovesciò e la cena finì sul pavimento. Seguirono altri tentativi, sempre più disperati ma eguali nell’esito.
Passati un paio di giorni Masticabrodo, sconsolato, prese l’appendiabiti sulle spalle e tornò alla bottega del giovane falegname: “Ecco qua il tuo appendiabiti, te l’ho riportato”. Bulletta non fu contento di vedersi restituire il suo capolavoro ma dovette riprenderselo perché non aveva rispettato le richieste del cliente. La cosa peggiore fu restituire i soldi perché li aveva già spesi. Frugò a lungo nelle tasche, nel cassetto del banco da lavoro e, infine, trovò le ultime monete nascoste sotto i ciocchi di legna, tagliati giusti giusti per la sua stufa.
Fu un giorno nero quello per Bulletta, ma non poteva prendersela che con sé stesso: se avesse rispettato il volere del suo cliente non sarebbe successo.

Vista la dilagante propensione che ha la credulità popolare nel farsi infinocchiare, è meglio precisare: questa storia non è vera, l’ho inventata io di sana pianta.

Ma vera potrebbe esserlo: in fondo tutti noi, più o meno consci, dobbiamo assolvere ogni giorno ai nostri compiti rispettando i voleri di chi ce li commissiona.
Lo sa il cameriere, che ha il vincolo di servire quello che l’avventore ha chiesto. Lo sa la maestra, che ha il vincolo di insegnare ai nostri figli i numeri e le lettere: mica può mettersi a spiegare da cosa si riconosce un giocatore dell’Udinese da uno della Juventus (cosa che per altro io non ho mai capito)!
E ve lo immaginate?, se l’autista dell’autobus diretto a Fiesole, arrivato in Piazza della Libertà, tirasse dritto e vi portasse tutti in Piazza a Bagno a Ripoli? Ci sarebbe di che incazzarsi!
Dunque tutti, almeno in teoria, dobbiamo adempiere ai nostri ruoli rispettando il vincolo di un mandato ricevuto, pena, come è successo a Bulletta, vedersi contestare il proprio operato. E poco importa che questo avvenga in forza di un contratto in forma solenne o per fatti concludenti.
In teoria, perché in pratica l’Articolo 67 della Costituzione Italiana esonera dal vincolo di mandato i nostri parlamentari, ai quali è riconosciuta la facoltà di chiedere i voti agli elettori per attuare un determinato programma (es. costruire un tavolo) ma una volta eletti possono attuarne uno diverso (es. costruire un appendiabiti) e tutto questo nel pieno rispetto della legge e impunemente.
Immagino che i Padri Costituenti, che scrissero quel Bel Librone, abbiano esonerato i parlamentari dal vincolo per legge scritta perché sentissero ancora più forte il vincolo ricevuto in virtù di una legge non scritta ma ben più potente: quella morale.
Che avete da ridere dei Padri Costituenti? Tutti possono sbagliare!

Qui serve una precisazione, perché a travisar le cose si fa presto, come ha fatto quel tipo l’altro giorno che mi ha detto “il Movimento5 Stelle è incostituzionale perché obbliga al vincolo di mandato”. No!, fra una imposizione e un divieto c’è di mezzo la facoltà di scegliere.
Come nel caso, per l’appunto, della nostra Costituzione, secondo la quale i parlamentari non hanno l’obbligo di rispettare il vincolo di mandato ma nemmeno hanno il divieto a farlo.
Questo ha consentito al Movimento di operare la scelta secondo cui gli eletti nelle sue liste, non per legge ma per etica, si impegnano al rispetto degli impegni presi con gli elettori, ritenendoli vincolanti.
Liberi poi di non farlo e ne risponderanno politicamente, ma intanto si tolgono la maglia della squadra: in virtù della legge scritta restano in campo e continuano a giocare la partita ma, nel rispetto della legge morale che il Movimento si è dato, giocano a torso nudo (o con la maglia di una squadra senza scrupoli).

Chiarito il discorso, o almeno spero, sul vincolo di mandato “in chiaro”, che non mi “scanta” (per dirla alla Camilleri) più di tanto, vale la pena di parlare di un altro vincolo di mandato, quello “oscuro”, quello alla rovescia, quello inconscio (voglio sperare!) che, chissà sotto l’effetto di quale influsso, molti subiscono per via subliminale. Un vincolo di mandato ben più inquietante e incommensurabilmente disastroso.
Mi riferisco a quello che riguarda non più i politici nei confronti dei propri elettori, bensì quello di quest’ultimi nei confronti della politica.
Non si spiegherebbe altrimenti la croce, reiteratamente impressa dai devastati e dai derubati, sul simbolo di quei partiti che hanno devastato tutto il devastabile e rubato tutto il rubabile, lasciando che le devastazioni e le ruberie abbiano a seguitare indisturbate.
Non si spiegherebbe, altrimenti, l’impudica imposizione di sacrifici a cui i sacrificatori, gozzovigliando nell’oro, obbligano i sacrificati che poi, felicemente, li rivotano, oblando pure con due euro di riconoscenza cotanta meschinità.
Non si spiegherebbe, altrimenti, l’ingenuità con cui ancora buona parte degli elettori incredibilmente credono alle false contese fra contendenti che sono d’accordo su tutto.
Non si spiegherebbe altrimenti la stronzata del voto utile (giustificazione per la quale sono disposto a sei mesi di astinenza da carbonara e amatriciana pur di non risentirla).
In virtù di questo vincolo di mandato arrovesciato e distorto, la politica ha perso ogni necessità di contenuto e di etica e tutto, i politicanti, riescono a far digerire, basta che sul pacchettino della porcheria del giorno ci sia l’etichettina con il simbolino di sempre, che tanto rassicura sulla continuità d’appartenenza. Oltretutto preserva dal non dover mettere in discussione i voti precedentemente espressi: meglio continuare a prenderlo nel bocciolo che ammettere l’errore; meglio morir di fame, di alluvioni e di malasanità che autoferirsi nell’orgoglio!
Il resto lo fanno i Carosello condotti da scribacchini e letturisti genuflessi e prezzolati.

Domanda: ma quando la platea degli elettori segue ovinamente un vessillo o un’insegna e si beve qualunque balla, purché pronunciata dentro un microfono da una faccia incorniciata dentro un rettangolo, si può ancora parlare di politica?
Quando la platea degli elettori ciondola beatamente da labbra emettitrici di chiacchiere e rinnega fatti tangibili e concreti, si può ancora parlare di politica o sarebbe più opportuno parlare di religione?
Quando la platea degli elettori è disposta a votare contro sé stessa in maniera autopunitiva e autolesionista per tutelare l’onnipotenza dei propri oppressori, non si tratta forse di religione?

Ecco allora che, se l’abito non fa il monaco, la casacca sicuramente fa il politico e, poco importa e nulla cambia, che dentro quella casacca ci fosse ieri Don Silvio da Arcore, ci sia oggi Padre Matteo da Rignano e, domani, Fra’ Caccola da Velletri.

Si fa un gran parlare di fondamentalismo religioso a casa d’altri mentre, in casa nostra, di fondamentalismo politico stiamo morendo senza accorgersene.

Masticabrodo, con il suo gruzzoletto di Etruri appena recuperato, andò da Mirastelle, l’altro falegname del paese, che tutti conoscevano con questo nome per via della sua capacità di veder lungo: risparmiò qualcosa ed ebbe il suo tavolo e le sue sedie. Da quel giorno pote apparecchiare, mangiare e bere seduto e, se avesse voluto, anche invitare un amico.