La Poiana

Fa caldo! Altro che!, se fa caldo anche ai millerrotti metri del Monte Le Lari.
Lo sa la poiana che aspetta, con la testa incassata fra le spalle, nella chioma del faggio o del cerro o del carpine. Sotto c’è il paese, fermo immobile. Compresa l’aria; compresi i gatti e le lucertole.

E’ quasi fine pomeriggio, ma ancora presto perché sia sera, quando, dalle finestre aperte ma rigorosamente riparate da pergole o stuoie o tendoni, iniziano a uscire i primi rumori di rincoccio di stoviglie e di ante dei mettitutto che si aprono, cigolano e si richiudono.
In estate la cena quassù è cosa seria; dopo un pasto di mezzogiorno, “tirato via” e leggero, deve tirar su la media!

E’ quasi fine pomeriggio, ma ancora presto perché sia sera, quando la poiana si solleva dal nido, abbandona la forma tozza dall’aspetto goffo e si prepara per il volo. Volo maestoso. Volo lento. Volo da macchina perfetta. Volo che non lascia niente al caso, volo che non risparmia niente.

La poiana lo sa che non può trascurare nulla, che non può risparmiarsi nessuno sforzo.
Cambia forma. Espande le ali alla massima superficie possibile. Ogni nervo è tirato alla massima tensione ammissibile. Ogni penna, una per una, viene disposta secondo un progetto geometrico che non ammette tolleranze. Per volare, ogni muscolo deve esprimersi al massimo della potenza disponibile.
Sembra che cada, che vada giù sul paese, la poiana, quando si stacca dalla chioma dell’albero. Poi sale, ritmata, elegante, costante e, apparentemente, senza sforzo.
Ma lo spettacolo vero ha da venire.
Lo spettacolo, o l’illusione, è quando arriva in quota: le ali stese restano immobili; tutto il corpo resta immobile, come se galleggiasse. Come imitasse i gatti e le lucertole del dopopranzo, posata su un’amaca fatta di centinaia di metri di vuoto.
A guardarla, da sotto, viene da dire che non stia facendo niente. Che non abbia niente da fare, solo lasciarsi passivamente cullare. Sembra che, giunta in quota, il gioco sia fatto.
Invece no, è un’illusione. Un’illusione dalla quale la poiana sa di non potersi lasciare ingannare. Finito lo sforzo per arrivare fin lassù comincia un lavoro diverso ma altrettanto importante. Un lavoro di mantenimento fatto di attenzioni scrupolose. Un lavoro che, di nuovo, non permette di trascurare niente e non ammette errori e distrazioni. E’ un lavoro di strategia fina, di ragionamenti aerodinamici e di flussi termici. E’ un lavoro di sforzo fisico, per tenere le ali stese e tese, leggermente inarcate verso l’alto e muoverle in una rotazione continua, lenta e invisibile da terra.
La poiana sa che ogni risultato raggiunto è il preludio a una nuova lotta per il suo mantenimento.
Là, sotto la poiana, c’è il paese, la sua chiesa e il suo tetto a due falde. Quando piove l’acqua di una falda prende la via del Lima e del Serchio e finisce nel Mar Tirreno; quella dell’altra falda va giù per il Reno fino al Mar Adriatico.

Là, sotto la poiana, passano la Mammianese da una parte e la Porrettana e la Linea Gotica dall’altra. Tutt’intorno un territorio fatto di cime e di crinali, di valli e di anfratti, di sentieri e di sorgenti, di pascoli e di boschi.
Un territorio che ha preso parte; che non si è tirato indietro quando c’è stato da lottare e da difendere.
Un territorio che ha conosciuto la guerra e la Resistenza. Un territorio che ha sentito i passi prepotenti dei soldati; i passi decisi dei partigiani; i passi impauriti delle giovani staffette nella notte. Ha conosciuto gli spari e il sangue; il dolore di quello vero e le sepolture senza nome.
Un territorio che ha saputo di uomini partiti e mai tornati. Un territorio che si è schierato e ha visto un popolo coraggioso liberarsi dall’oppressore e aspirare alla democrazia.

Un popolo valoroso, ma che si è adagiato sugli allori.
Un popolo che, giunto in quota, si è illuso di poterci rimanere per sempre senza muovere niente e senza ragionare: si è seduto in poltrona e, gambe stese sullo sgabello e mani dietro la testa, ha acceso la televisione, abbassato le tapparelle e, distratto da una partita di pallone o da un culo di velina, ha lasciato che la gravità lo tirasse giù.
Ha aperto la porta a tutti i venditori di fumo, stanziali o di passaggio che fossero, e ha lasciato che entrassero. Poi è uscito lui, vendendosi a chiunque sventolasse banconote finte.

La poiana no: non ci sarebbe cascata, non si sarebbe fatta ingannare allo stesso modo.