La favola del redditometro

LA FAVOLA DEL REDDITOMETRO

Questa storia è puro frutto della mia fantasia.

Si svolge in una grande città del sud Europa, per l’esattezza in un palazzaccio orrendo degli anni ‘70, fatto di cemento armato screpolato e infissi in anticorodal grigio tristezza che, della lucentezza originale del metallo, non hanno conservato neppure il ricordo. I vetri sono sporchi e la trasparenza rimanente non consente agli impiegati di lavorare senza le luci al neon accese, nemmeno nelle migliori giornate di sole.

Lavorare, si, perché questo palazzaccio brutto, fatto di tanti piani, ricoperto di smog da non capire di quale colore fosse stato tinteggiato tanti anni fa, è un alveare riempito di uffici stipati uno sopra l’altro. Si trova in angolo fra due grandi viali che da mattina a sera sopportano un carico di traffico fuori dalla loro portata, tant’è che il mega impianto semaforico messo lì a regimentarlo non ce la fa e gli automobilisti e i motorettisti, che con arroganza guidano dei moderni bidét a due ruote, devono continuamente farsi le loro ragioni a colpi di clacson.

Gli uffici che compongono l’alveare sono quelli delle tasse.

Passare là dentro una giornata renderebbe, quantomeno, di pessimo umore un santo, immaginiamoci cosa possa succede al senso di aggressività di un comune mortale recluso per otto ore, ogni giorno dal lunedì al venerdì, in quella gabbia di squallore.

Il protagonista di questa storia inventata lavora in quel palazzaccio brutto e triste dove fa il capo-team.

Capo-team, che si pettina come Briatore e si veste come Marchionne, un giorno si occupa del co-protagonista di questa storia inventata, che per semplicità, e per non dovermi inventare un nome, ho deciso di chiamare Nostro Amico.

Nostro è un gran lavoratore, padre di famiglia onesto e parsimonioso, che ha condotto una vita modesta e senza sfarzi, insieme alla moglie, pure lei impiegata.

Insieme, e con l’aiuto dei genitori di lui conviventi, hanno cresciuto la loro unica figlia nella vecchia, grande e luminosa casa di famiglia che viene tramandata di padre in figlio da quattro generazioni e dove, la più vecchia fra quelle in vita, per una sorta di regola non scritta, coltiva l’orto da cui raccolgono frutta e verdura fresca e saporita.

Ma Nostro Amico non è una persona priva di colpe. Anzi, ne ha una gravissima. Adora il mare!!!

Così, giunto alla soglia dei suoi cinquant’anni, decide di comprarsi una barca. Non un panfilo, ma un cabinato in resina usato e tenuto con gran passione dal precedente proprietario. Il suo entrobordo è così sguarnito di cavalli da consentirgli a malapena il passo di un buon patino a remi.

Ma al Nostro, che ama il mare, non importa niente.

Anzi, è convinto che il mare vada goduto proprio a quella velocità e che coloro che comprano un motoscafo, di quelli che fanno le onde grosse grosse e vanno via con la prua rivolta al cielo, del mare non abbiano proprio capito una niente.

Ahhh, la vela! Quella si che sarebbe bella…. a potersela permettere.

Ma oltre alla vela, Amico non può permettersi nemmeno di pagare l’attracco e la sosta in alcun porto e tiene la barca su un carrello, di quelli fatti apposta, con un sacco di rulli su ciascun lato. Ogni volta che decide di metterla in mare deve trainarla con la sua utilitaria, arrancando su e giù per le colline che separano la città dal mare, così da risparmiare i soldi del pedaggio autostradale.

Ma a Capo-team pettinato come Briatore e vestito come Marchionne, quella barca non intestata a una società di comodo, non portata in detrazione dalle tasse, proprio non va né giù né su.

Così avvia una procedura burocratica con la quale chiede a Nostro di dimostrare come possa, lui, onesto lavoratore, permettersi (o meritarsi!) un lusso del genere.

Il nostro lo può dimostrare e, dati e conti alla mano, lo dimostra: l’ha comprata con i risparmi di una vita!

Per farlo deve però riempire dei moduli scritti con una lingua per lui del tutto nuova e sconosciuta: il burocratese. E così si rivolge, a proprie spese, a un commercialista, che, per l’appunto, costa come un posto barca.

A capo-team la cosa continua a non piacere, tanto da non voler tener conto dei risparmi accumulati in una vita di sacrifici e di rinunce. Non contento di rapportare l’acquisto della barca al reddito di un solo biennio di Nostro, fa una proiezione di reddito legata al tenore di vita presunto che, a suo dire, uno che ha la barca per forza deve avere. Il nostro è incredulo ma gli viene spiegato che se uno ha la barca per la legge di quello Stato va a cena nei ristoranti più cari anche se mangia a casa e fa la spesa al discount; da qualche parte nasconde una Bentley anche se va in giro con la Matiza GPL; si veste firmato; va dal barbiere tutte le mattine ecc…

Alla fine dei suoi conti, il ligio & bigio capo-team, tira fuori una presunzione di reddito da cui scaturisce un’evasione fiscale, sempre presunta, di una montagna di soldi.

Montagna di soldi che, presunta o dimostrata, virtuale o reale, va pagata e ci vanno pure aggiunte le sanzione e gli interessi.

Ancora Amico non crede che avrà una punizione per essersi tolto una voglia nella vita, dopo averne soffocate molte altre per metter via quel gruzzoletto, convinto com’è di vivere in uno Stato di Diritto, e che per questo non verrà condannato per una presunzione di colpa.

Ma ligio & bigio, freddo, spiega a Nostro, con mal celata goduria, che ha due sole alternative: 1) aderire subito rinunciando ad ogni forma di rivalsa e pagare la metà di ciò che scaturisce dai quei conti astratti; 2) ricorrere per le vie legali ordinarie, nei tre gradi di giudizio previsti dalla legge, facendo valere la sua innocenza avallata da numeri, questa volta non presunti ma tangibili. Intanto, però, iniziare a pagare le cartelle erariali e solo alla fine, con l’esito positivo del ricorso, potrà riavere indietro il maltolto con tanto di interessi legali.

Nostro, che è un gran testardo, vorrebbe andare fino in fondo, per difendere, oltre se stesso, l’onorabilità di uno Stato, al quale e ancora per poco si sente di appartenere, messa in dubbio proprio da un suo funzionario.

Il carico da undici per congelare ogni idea idiota di ricorso lo cala il commercialista. Da bravo professionista informa il Nostro che i ricorsi costano. E già che c’è gli presenta il conto (in parte orale) per averlo assistito in quell’inizio di vicenda. Madonnamia!, quel conto moltiplicato per tre gradi di giudizio più l’avvocato patrocinato in cassazione per il terzo grado sono più di quello che gli sta chiedendo Capo-team.

La storia giunge qui al termine.

Il Nostro, reo di aver appagato un desiderio non concesso al suo ceto sociale, rinuncia all’oggetto acquistato ed usa il ricavato per iniziare a pagare la pena, per una colpa che non ha, e che salderà con altri sacrifici. Ma la cosa che gli duole di più è portare il marchio infamante di evasore fiscale. Marchio reso ancora più bruciante da quella “Pubblicità Pro-fumo negli occhi”, promossa da un governo che nessuno ha eletto ma che è legittimato dall’appoggio dei partiti che hanno “ripulito la Società” portando in Parlamento i migliori rappresentanti del peggior malaffare.

Infatti, a dimostrazione del pregiudizio su chi non paga le tasse, in quei giorni circolava uno spot, apparentemente contro l’evasione fiscale ma in realtà propagandistico per il governo in carica, il cui protagonista, che avrebbe dovuto rappresentare l’evasore tipo, non è ben rasato, vestito in giacca e cravatta e con la ventiquattrore in mano, ma, per una libera licenza del regista (mettiamola così), è impersonato da un attore che ha tutto l’aspetto di chi si alza la mattina per andare a lavorare.

A Nostro, che si sente umiliato come chi si è permesso di infiltrarsi in una festa che non è alla sua portata e viene buttato fuori a calci nel sedere; a Nostro al quale lo stato con i suoi rappresentanti (quello stesso stato in cui credeva e ora non crede più), ha insegnato che il rispetto delle regole non mette al riparo da una condanna arbitraria, non rimane altro da sperare che i suoi sacrifici non vadano sprecati e giovino almeno alla propaganda dei partiti di governo e, perché no, alla carriera di capo-team.

In questo racconto più volte ho ricordato che la storia è tutta inventata ma non ce ne sarebbe stato assoluto bisogno e oltretutto non potrebbe essere ambientata in Italia che è un paese civile e in un paese civile, una storia del genere, non può accadere. O sbaglio?

Dedicato ai tutti i capoufficio della P.A., al limite anche ai team leader ma, per l’amordiddio, non ai capo team.