Io sto coi fuoriusciti.

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Questa storia dei fuoriusciti amme-mi fa schiantare….. e me lo fa già dalla definizione.
Per fuoriuscire, tanto per cominciare, bisogna stare in qualcosa e, questo qualcosa, a sua volta deve avere un dentro; ma perché qualcosa abbia un dentro deve avere per forza anche un fuori che lo perimetra, lo recinta, lo contiene, lo delimita, lo racchiude. Per fuoriuscire, il fuoriuscente, deve per forza essere dentro a un luogo chiuso, altrimenti, da cosa fuoriesce?
Non è un caso che si usi dire “sono dentro un negozio” (luogo chiuso); “sono al mercato” (spazio aperto).
Se dovessi immaginarmi il MoVimento come un ambiente fisico, me lo figurerei come uno sterminato pascolo su un altopiano di montagna e non certo come un angusto cubicolo fumoso dove, poche facce bianche e slavate sovrastate da capelli tinti, tramano di sotterfugio loschi patti dettati da interessi di parte. Luogo chiuso quest’ultimo e dal quale, se mi ci trovassi, anch’io ne fuoriuscirei a gambe levate.
Detto ciò, mi rendo conto che ogni malga, per quanto sterminata da apparire sconfinata, prima o poi un limite fisico dovrà pur averlo ma, da qui a dire che è un luogo chiuso, ce ne corre. Se io mi trovassi a passeggiare con una comitiva di amici nel bel mezzo di un pascolo alpino e mi venisse la voglia di un bisogno fisiologico, non penserei mai di dire “scusate amici, fuoriesco un attimo a far due gocce”; tuttalpiù direi “andate avanti, vi ripiglio”.
Così come un alpeggio, in effetti, anche il MoVimento, ai suoi margini estremi, ha dei paletti di delimitazione che vanno dall’acqua pubblica all’ambiente; dalla mobilità sostenibile alla legalità; dal reddito di cittadinanza al vincolo di mandato e altri ancora. Non per questo può essere definito un ambiente chiuso.
Posso capire che qualcuno, arrivando sulla prateria in quota, si fosse aspettato di trovarvi un comodo trampolino di lancio.
Posso capire che chi vi fosse salito per poi lanciarsi nel vuoto siderale della politica partitistica, riempiendosi in volo i polmoni di potere da rivendere un tanto all’etto ai lobbisti e ai corruttori o accaparrarsi, sempre a letto, i favori di attricette e puttanelle, ci sia rimasto male.
Lo capisco che trovando, al posto della rampa di lancio, i paletti della rendicontazione, della politica che non si fa per mestiere, della equa riduzione dello stipendio, qualcuno abbia visto svanire il sogno di potersi lanciare per poi planare su un’agiata carriera politica, adorna di privilegi.
Ma tant’è e capisco la delusione degli aspiranti parapendisti alla scilipoti-maniera.
L’uomo è il più disumano degli animali ma per certi versi è geniale: va riconosciuto!
Dopo essersi inventato il modo di sfruttare altri animali per soddisfare la sua voglia e il suo bisogno di locomozione, ha inventato l’automobile. Poi, siccome non era così facile guidarla, ha inventato la patente. Per altri motivi ha inventato il consumismo da cui l’imposizione che tutti avessimo una macchina. Ma c’era il problema della patente e ha inventato che anche di quella tutti ne avessimo una. Allora è sorto un altro problema: come riconoscere chi sa guidare da chi non è capace di farlo? E allora ha inventato i sensori di parcheggio!
Ad oggi, in conseguenza di tutto ciò, l’universo degli automobilisti è sostanzialmente suddiviso in due grandi emisferi: quello dei possessori di scintillanti suv dotati di sensori di parcheggio che, con il cappello in mano, se li ammirano; e quello di chi gli parcheggia accanto, sempre con il cappello ma in testa, scantucciando torno torno i suv dei primi.
Nonostante le innegabili capacità di inventiva, l’uomo ha almeno due grossi limiti: quando si mette a inventare qualcosa non riesce a cogliere il momento in cui sarebbe opportuno fermarsi. Pensate che belle le domeniche se, dopo aver inventato il gioco del calcio, non avesse inventato la violenza negli stadi!!
Di conseguenza capita spesso che dopo aver fatto dei bellissimi fiori ci cachi sopra con profusione. L’altro limite è quello di non avere inventato il coraggio per dire “ho sbagliato”.
Ed ecco allora che arrivano i fuoriusciti. Sarebbe stato semplicissimo, al limite anche comprensibile, se avessero detto “ci siamo sbagliati: quell’immenso pianoro soleggiato in vetta alla montagna, dove l’aria è limpida e pulita, fuori dalla coltre dello smog che intossica e uccide la società civile, non fa per noi. Non fa per noi rendicontare e restituire; non fa per noi rinunciare alla parte di stipendio che non ci compete; non fa per noi rispettare con vincolo il mandato che gli elettori ci hanno dato. Ci siamo sbagliati, non fa per noi rinunciare ai benefici di casta che la carriera politica irrora. Ci siamo sbagliati, pensavamo di saper resistere ma, quando ci siamo trovati seduti sul greto di quel fiume, dove scorrono enormi quantità di denaro sudato da altri, e dal quale si può attingere a piene mani, la tentazione ha avuto il sopravvento”.
E invece no!!, pur di non dire “ho sbagliato”, “abbiamo sbagliato”, si sono inventati la storia del capo carismatico, incontestabile e incontrastabile, la figura del santone, la favola dell’imposizione dall’alto, la menzogna del direttorio che, in realtà, altro non è se non un comitato di garanzia.
E se le scuse dei fuoriusciti non fossero tali ma quello che sostengono fosse la verità? Proviamo a ragionarci un attimo.
Chi è che ha bisogno di un leader forte? Ne hanno bisogno le persone deboli, senza carattere, insicure, gli incapaci di pronunciare due sillabe in tre volte, i senza né arte né parte (a tal uopo si guardino gli adepti di Berlusconi). Pensate che alcuni hanno un problema di autostima così grande da dover indossare abiti con suscritto il nome di un altro per darsi credibilità: l’attuale presidente del consiglio in conto terzi, per esempio, sulla giacchetta ci ha scritto Ermanno Scervino, mica matteorenzi.
Chi, invece, rifugge da una situazione come quella ipotizzata dai cosiddetti fuoriusciti? Le persone forti, quelle che hanno i numeri, le palle e la polvere per sparare in proprio, quelle che non accetterebbero mai che la presenza di un capo supremo limitasse le loro capacità di espressione e di pensiero.
Se il problema denunciato fosse reale e non una scusa, i primi ad andarsene sarebbero stati eventualmente Di Battista, la Taverna o Di Maio. Mi pare che Giarrusso e Fico siano ancora là, dove gli elettori gli hanno chiesto di portare la loro voce. E come loro sono rimasti molti altri: quelli con le Palle!
A lasciare, invece, sono stati proprio quelli che di un capo hanno bisogno anche per ritrovar l’uscio di casa. Sarà un caso?
E allora, fuoriusciti è il termine giusto per definirli? Per me sono i dentroentrati.
Dentroentrati nel sistema che avevano detto e promesso di voler smantellare;
Dentroentrati, in senso figurato, nell’orifizio buio nascosto fra le natiche degli elettori che hanno tradito;
Dentroentrati, nella ragnatela di lusinghe ad arte tessuta e tesagli dal P.U.d.N. (partito unico del nazareno);
Dentroentrati in qualche salottino di TV, prediligendo l’appariscenza estemporanea di un paio di comparsate da “Isola degli sfigati”, alla bellezza lungimirante del rispetto della proprio dignità;
Dentroentrati nella logica del “amigo mio, fatti li cazzi tuoi, fatti un vitalizio tutto tuo!”;
Dentroentrati a gonfiare ancor di più i costi della politica con nuovi gruppi parlamentari.
E dentrorimanenti!
Dentrorimanenti nei palazzi del potere dentro ai quali occupano impropriamente poltrone non più loro.
I veri fuoriusciti sono quelli che hanno avuto, e continuano ad avere, il coraggio e la forza di scegliere la strada in salita, quella verso l’aria “bona”; il coraggio e la forza di rompere gli schemi e uscire da un sistema politico marcio, corrotto, colluso con ogni tipo di malaffare e troppo spesso intriso dell’odore “acre” della mafia.
Io sto con i fuoriusciti: quelli veri.